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SOCIETA'
La Renault fa posto a tutte le famiglie
9 maggio 2009

A prima lettura sembrerebbe uno spot che lega la società francese di automobili a qualche forma di Family Day o simili: un modo per mettere al centro l'isituzione familiare in un momento storico dell'umanità in cui sembra essere sempre più un qualcosa da considerare antiquato e, in taluni casi, obsoleto.
Anche Max Giusti, nella sua avvincente tramissione giornaliera Affari tuoi, tra l'apertura di un pacco e l'altra, ha avuto la brillante idea di lanciare un messaggio diverso: ieri sera, non più un'unico partecipante, ma una coppia in procinto di sposarsi e di dar vita ad una famiglia, cioè ad un unione di intenti, ad un incontro di idee e decisioni da prendere in comunione, attraverso il confronto e quindi l'amore.
Certo, un gioco, però è interessante sottolineare quanto si possa far passare determinati messaggi, positivi e costruttivi, anche tramite un semplice gioco che però tiene incollati alla Tv migliaia e migliaia di individui.

La stessa cosa non può dirsi per lo spot pubblicitario promosso dalla Renault che passa sulle nostre reti quotidianamente e, ovviamente ritroviamo nella prima pagina del sito online della casa automobilistica (clicca qui).
La riproduzione è quella di un uomo che, all'interno della sua spaziosa Renault, va in giro a prendere, portare e riprendere i "vari" figli delle sue "varie" famiglie (ne ho contate 4!!!): quello con la sua prima moglie, quelli non suoi ma della sua seconda moglie, quello avuto con la sua seconda moglie, addirittura quello di cui ha da poco saputo essere il padre...E per finire, l'aggiunta del figlio del vicino, ovviamente, di colore!
C'è di tutto in questo spot, un'idea di società libera da ogni vincolo, che associa la libertà di avere più "famiglie" all'accetazione del diverso, al cosiddetto multiculturalismo, quasi che le due cose viaggino sul medesimo binario, cioè, accetto un immigrato allo stesso modo in cui accetto i figli avuti da più mogli, allargando la famiglia ad una sorta di comunità itinerante, di gente che si incontra ed unisce in relazione alle scelte degli adulti, libere ed incondizionate.
Tanto quale può essere l'unico problema?L'ampiezza della macchina?A questo ci pensa Renault.
Per il resto chi se ne importa se per l'ennesima volta i messaggi che la TV veicola sono quelli di una società sempre meno ancorata ai valori, ad una morale, all'educazione dei più giovani secondo principi di responsabilità e profondità, proponendo comportamenti che siano virtuosi per l'intera società.
Ma purtroppo questo è il modello della società odierna, post-moderna, nella quale il contenitore è sempre più fluido e modificabile: la famiglia allargata de I Cesaroni ha fatto scuola e poco importa se poi si incontrino, si sposino, si innamorino fratellastri e sorellastre, poco importa se poi mancano figure di riferimento, poco importa se poi i giovani ricercano ancore di salvataggio in altro, ricercano altrove le proprie sicurezze e certezze...Tanto, alla fine, c'è sempre Renault che risolve i problemi.
C'è sempre questo sfrenato consumismo che detta le regole e valori su cui basare l'esistenza dell'umanità.
E la TV, grande e potente strumento, non fa altro che assecondare e rendersi complice di questo relativismo e questa assurda deriva nichilistica dei valori edell'etica.

CULTURA
Un altro bavaglio al papa
30 marzo 2009
Ho seguito con interesse e, per quanto possibile, partecipazione il viaggio del papa in Africa, perchè trovo che lì, oggi, siano visibili più che mai i segni più profondi e sinceri della fede, gli infiniti volti di Cristo che noi ormai, nella nostra società sempre più secolarizzata e relativista, abbiamo a poco a poco ricoperto con le nostre opulenze e le nostre abbondanze: è importante per quei popoli che il capo della Chiesa cattolica si rechi per far loro visita, ma è altresì importante per noi una testimonianza così viva e concreta di speranza, gioia e abbandono.
Sinceramente non mi aspettavo l'ennesima polemica che invece puntualmente è arrivata quasi a sottolineare l'indirizzo pastorale di questo papa che ogni volta che apre bocca riceve attacchi, insulti e inviti al silenzio sia dall'esterno e sia, ahimè, dall'interno delle mura vaticane: voglia di polemizzare o, piuttosto, parole che risultano essere scomode per la nostra cultura, il nostro modo di pensare e quindi da demonizzare e possibilmente distorcere per creare confusione e incertezza così da lasciare tutto com'è?
Si, perchè in fondo a me sembra che di questo si tratti; cercare, attraverso sapienti ed infimi giochi propri della comunicazione, di creare un caso per provocare sgomento nell'opinione pubblica, dubbio e quindi attacco secondo le logiche che più rispondono ad alcuni indirizzi ideologici della nostra società.
Si grida allo scandalo solo perchè il papa ha affermato che "Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi. Sono necessari, ma se non c’è l’anima che li sappia applicare, non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo una duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, una disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, per essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé anche veri e visibili progressi.
Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dargli forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante."...Vorrei tanto sapere se, chi ha insultato e demonizzato quanto affermato dal papa, abbia avuto almeno il buon gusto di leggere le sue parole fermandosi almeno per un poco a rifletterci sopra prima di giungere alle solite superficiali conclusioni.
Perchè il Santo Padre non dovrebbe parlare? E' o non è il capo di una Chiesa il cui scopo è quello di formare moralmente l'uomo, rafforzare la sua dimensione spirituale?
Compito della politica sarà poi quello di usare la ragione per discernere e mettere alla prova ciò che proviene dalla Chiesa, non quello di evitare il problema obbligandola al silenzio: quello che il papa auspica è che la ragione sappia andare oltre senza fermarsi sempre al solo dato misurabile, perchè questo sminuisce l'uomo, lo rende inerme, incapace di discernere e percepire l'essenza lontana ma tangibile di infinito.
Forse per alcuni il presevativo è la soluzione ideale quanto l'aborto per eliminare di torno un "problema" che interroga la nostra coscienza, ci disturba e rende "meno felice" la nostra esistenza; forse per altri è un mero interesse economico che vedrebbe impennare le vendite delle ditte farmaceutiche che lo producono...Il papa indica un'altra via, forse più difficile e meno praticabile dagli scrani di un parlamento o dalle redazioni di un quotidiano o di un salotto televisivo
, ma non per questo da demonizzare e giudicare come qualcosa di oscuro, integralista e confessionale.
Sono parole che mettono al centro l'uomo...Chissà, forse proprio per questo provocano sgomento in una società in cui l'uomo non c'è più o, meglio, si pretende di evidenziarlo dietro i falsi miti della libertà e dell'individualismo.

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permalink | inviato da Andrzej il 30/3/2009 alle 22:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
SOCIETA'
Le nostre città sono camminabili?
4 febbraio 2009

L’obiettivo del convegno “La città camminabile” svoltosi all’università di Tor Vergata lo scorso 26 Gennaio 2009 è stato quello di sensibilizzare su di un problema che tocca un po’ tutti e che da tutti, ognuno con il proprio sapere, deve essere considerato per un migliore benessere psicofisico dell’uomo: camminare, schema motorio di base forse ancora poco considerato, bisogno dell’uomo alla pari dell’alimentazione, della sessualità, della socialità, del riposo, sta diventando sempre più un optional, un’azione sempre meno diffusa delle cui conseguenze, forse, non siamo troppo a conoscenza. Da un lato l’ipermodernità, l’industrialismo hanno prodotto mutamenti, soprattutto nel secolo appena trascorso, di portate vastissime:l’avvento dei motori e quindi dei trasporti e della tecnologia hanno ristretto la dimensione temporale, dando la possibilità all’uomo di percorrere spazi enormi in tempi brevissimi e contribuendo alla nascita di nuovi stili di vita fondati sulla velocità, l’efficienza e la mancanza di tempo da dedicare ad altro, al proprio benessere. D’altro canto è stata evidente una grave mancanza da parte delle istituzioni che, asservite ad interessi sia economici che di opportunità, poco hanno fatto per progettare città che potessero essere a dimensione di uomo, che contribuissero ad un proficuo benessere derivante dal movimento e da una sana attività fisica. Oggi nelle nostre città non si può camminare, perché il traffico intenso, l’inquinamento, spazi isolati e quindi poco sicuri, non aiutano a scendere per strada a scegliere di percorrere il breve tratto di strada a piedi piuttosto che in auto: studi mettono in evidenza come l’uomo oggi percorra di media meno di 2 km al giorno e questi quasi sempre all’interno di una vettura. Ma camminare ha un’importanza che qualcuno definisce antropologica in quanto attività propria dell’essenza dell’uomo, strumento di attività fisica, di incontro, di relazioni, a dimensione di tutti e quindi semplice e accessibile: contribuisce a diminuire lo stress, migliora il rapporto con il proprio corpo, produce un costo energetico non indifferente, crea una cultura del movimento di più ampio raggio rispetto a quella prettamente sportiva e spesso solo agonistica che troppo spesso rischia di irrigidire anche gli studenti di scienze motorie in schemi antiquati e troppo specialistici. Pensare un nuovo modello progettuale, sociale e culturale fondato sul principio del camminare vuol dire andare incontro all’uomo, significa rendere la vita migliore attraverso il movimento; va ripensata tutta l’urbanistica atta a progettare luoghi cioè insiemi vivi, sani e partecipati che producono tessuto sociale e non “non-luoghi”, cioè spazi tutti identici, senza identità, figli della solitudine e della non partecipazione; va ripensata l’istruzione, dove investiamo solo il 3% di quello che vi investe la Francia, e in particolar modo l’educazione motoria, perché è lì che si possono costruire nuovi stili di vita fondati sul movimento; va, in poche parole, rimesso al centro di ogni intervento il corpo, cercare sinergie tra chi si occupa di movimento e i saperi che riguardano l’urbanistica e la progettazione, risolvendo i diversi conflitti che possono generarsi a favore del corpo e non, come adesso, a favore della mobilità motorizzata. Una città che sia camminabile è una città che diventa sostenibile, capace di offrire un’alta qualità di vita ed un’efficiente mobilità urbana, terreno fertile per incontri, nascita di relazioni, solidarietà, sicurezza e coesione sociale: una città che risponde a queste esigenze è una città dell’uomo e per l’uomo che sostiene iniziative che rispondano alle esigenze e ai bisogni del corpo. E’ un’esigenza culturale e proprio per questo un’opportunità per chi si occupa e studia riguardo al movimento del corpo e alle sue finalità.

MAI PIU'
27 gennaio 2009
Prendo spunto dai manifesti del Partito Democratico per commemorare la giornata della memoria per una mia riflessione maturata proprio in questi giorni di preparazione e sensibilizzazione mediatica molto intensa riguardo a questo importante giorno.
MAI PIU' è l'enorme scritta del manifesto su di uno sfondo sul quale si intravede un filo spinato: mai più persecuzioni naziste e fasciste contro gli ebrei, mai più tutte le oppressioni che gli uomoni hanno subito durante la seconda guerra mondiale, perchè i democratici non dimenticano.
E' un bel manifesto, sicuramente colpisce e, almeno personalmente, invita a pensare: credo sia importante la storia e soprattutto che la memoria di ciò che è stato nel passato non venga mai offuscata da demagogia, populismo e revisionismo, perchè è giusto che l'uomo non dimentichi le fasi della propria esistenza nelle quali ha distrutto, provocato morte e sofferenza ai propri simili in primis per rispetto nei confronti di coloro i quali hanno subito, ma poi come monito per tutti, affinchè veramente non si ripetino più determinate brutture.
Purtroppo la natura dell'uomo troppo spesso ha difficoltà ad imparare e la storia ci insegna quanto questo sia drammaticamente vero; è importante, quindi, ricordare, istituire giornate e momenti che aiutino a sensibilizzare e far ragionare in un mondo dove la fretta e la velocità sembrano volerci far dimenticare e soprattutto chiudere la mente ed il cuore.
Però mi sono chiesto: ma cosa vuol dire mai più? Mai più lager, ok, anche se purtroppo questo non è avvenuto. Mai più deportazioni, ok, e anche qui risultati più che pessimi. Mai più razzismo, e lasciamo perdere...Potrebbero questi momenti darci qualcosa di più? Aprire gli orizzonti non solo richiamando un determinato periodo storico, ma contestualizzando ad oggi ciò che era successo anche ieri e l'altro ieri?
Mai più non deve essere un invito solo a ciò che successe ormai quasi 70 anni fa, sarebbe troppo limitativo...Mai più dovrebbe essere, oggi, un basta forte e deciso a tutto ciò che aliena l'uomo, lo rende solo, lo isola, lo umilia, lo ferisce nella propria dignità, lo uccide: forse non avremo più lager, ma quanti altri "lager" creiamo a causa della fame, della povertà, della solitudine, dei diritti negati, della sofferenza? Quanti uomini, ancora oggi, vivono la propria esistenza come fossero dentro dei lager, costretti, privati di ogni dignità, di ogni desiderio di sognare, creare, vivere?
Ecco, con il rispetto verso chi in quegli anni ha subito atrocità al di fuori di ogni immaginazione, facciamo in modo che il ricordarlo possa essere un modo per guardare, con la memoria del passato, al panorama odierno, andandovi a scovare tutto ciò che, purtroppo, ha ancora oggi le sembianze, forse un pò più subdole, di un lager, tutto ciò che colpisce l'uomo, lo sfrutta, perseguita, distrugge...A questo occorre urlare mai più affinchè non resti questa data una giornata all'anno da commemorare e basta, ma porti i suoi frutti ogni giorno a favore dell'unità, della fratellanza e dell'amore tra tutti gli uomini, nessuno escluso.

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CULTURA
Giovanni Allevi: un artista uscito dalla torre d'avorio
9 agosto 2008

Devo ammettere che quest'estate ho ricevuto in dono una buona dose di eventi culturali: spesso a causa del tempo che corre, della pigrizia, dei mille impegni con cui ci riempiamo le giornate, mettiamo sempre in secondo piano proposte provenienti dal mondo della cultura...Rimandiamo eventi tanto prima o poi ritornano, sorvoliamo sulle novità che vengono proposte, preferiamo rimanere nell'abitudine, nella cena al solito ristorante, magari davanti ad una Tv anche se ha poco da proporre, passeggiata o paeritivo sempre al solito posto...Insomma non ci lasciamo attrarre, diventiamo restii e sempre più apatici.
Dico queste cose perchè ultimamente ho provato il contrario e l'emozione di immergermi in veri e propri "bagni culturali" che nobilitano l'animo, riempiono l'esistenza, avvicinandola quasi per incanto all'eternità.
Ieri, a Sabaudia, è andato in scena il concerto di piano solo di
Giovanni Allevi  pianista e compositore di assoluto livello che, partito dal nulla e da 5 soli spettatori ad uno dei primi concerti a Napoli, è riuscito ad imporrre la sua ispirazione artistica in tutto il mondo, parlando al cuore di tutti con semplicità e poesia: in fondo è proprio lui che, nel dialogo continuo che ha con il pubblico, ricorda quanto possa arrivare lontano qualsiasi azione che venga fatta con il cuore e con la passione.
Proprio questo continuo dialogo con il pubblico è, a mio parere, una grandissima novità che lo rende particolare, perchè attraverso poche parole di presentazione ad ogni brano, mette in risalto ciò che ha ispirato quella determinata composizione, fatti concreti della vita quotidiana, attimi fuggenti rubati in un supermercato, su di un marciapiede o all'interno di un'autombulanza che hanno dato il là alle sue melodie ricoprendole di semplicità e stupore.
Allevi comunica, intrattiene un contatto diretto con chi è lì ad ascoltarlo che così percepisce il filo conduttore di ogni suo lavoro, capisce il significato di ogni titolo, di ogni parola e quasi segue, ascoltando, il "racconto" che l'autore fa della sua vita, del suo percorso e di ogni piccolo frammento che rende irripetibile il suo viaggio.
Stupendo
L'orologio degli dei dove racconta la sua piena convinzione dell'esistenza del divino, dell'assoluto, ma che, lontano da concettualismi astratti e lontani va ricercato nei gesti piccoli della quotidianità e nella loro semplicità; e down town  che dedica alla massa di uomini e donne delle grandi città che vivono una "precaria esistenza" inquieti, dispersi e mossi solo da passione, nella quale si rispecchia e sente partecipe; go with the flow che dedica ad un passante sulle strade di New York che, vedendolo agitato per la prima in America, lo invita a "lasciare che le cose accadano"; back to life in cui invita a tornare a vivere dopo una delusione, una sconfitta, momenti di sconforto e solitudine...
Una musica che colpisce il cuore, che parla a tutti perchè trasmette attimi di vita che nel condividere, divengono di tutti, ognuno con le sue virtù e le sue debolezze.
Un'artista capace di stupirsi davanti a tutto, anche davanti all'abitudine degli applausi che ormai riceve ovunque, "narratore" tramite un pianoforte e sette note, della sua vita, della vita di un uomo con tutte le sue gioie e le sue cadute, le sue emozioni e le sue sofferenze, le sue conquiste e le sue attese, le sue certezze e le sue inquietudini.
Leggo che da alcune parti, poche per la verità, qualcuno ha storto il naso: è possibile, soprattutto in un ambiente "spocchioso" quale spesso è quello della musica "colta", ma trovo una spiegazione meravigliosa a questo suo sbarazzino eclettismo nella frase che si trova in testa al suo sito ufficiale
..."Stiamo tornando del Rinascimento italiano, dove l'artista deve essere un pò filosofo, un pò inventore, un pò folle, deve uscire dalla torre d'avorio e avvicinarsi al sentire comune"...Bene, lui vi riesce sublimamente intrecciando con arte e senitimento musica, poesia e filosofia.
A chi non ha mai avuto il piacere di assistere ad un suo concerto lo consiglio, anche se distante qualche Km da casa propria!!!


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permalink | inviato da Andrzej il 9/8/2008 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
letteratura
Morto Solzenicyn: un uomo con il coraggio di raccontare
4 agosto 2008



E' morto questa sera, all'età di 89 anni, Aleksandr Solgenitsin l'uomo del dissenso contro il potere dell'Unione Sovietica che ha avuto il merito e il coraggio di raccontare ciò che il potere occultava giungendo alla piena celebrità e all'assegnazione del Premio Nobel per la letteratura nel 1970 grazie al libro di inchiesta narrativa "Arcipelago Gulag".
La notizia, appresa al Tg di questa sera, mi ha colpito soprattutto perchè questo fu uno dei primi libri storici importanti che ebbi la fortuna di leggere e che mi diede, all'epoca, una visione più completa della storia che in altre parti non avevo ricevuto.
Arcipelago Gulag è "un monumento eretto da amici in memoria di tutti i martoriati e uccisi", una cronaca minuziosa nei tempi, luoghi e nomi della vita del popolo sovietico "del sottosuolo" dal 1918 al 1956, cioè dall'ascesa di Lenin al potere alla lunga dittatura di Stalin e oltre.
I Gulag erano i lager sovietici, carceri, campi di lavoro forzato, luoghi di esilio che furono popolati da milioni di cittadini sovietici che morirono lì in milioni senza che mai qualcuno si prodigasse a raccontare la loro storia, la storia di un'altra parte di un popolo sottomessa ad un potere autarchico e terroristico.
Solgenitsin aveva passato 11 anni all'interno di questi campi del terrore e una volta uscito intraprende una lunga e silenziosa lotta contro il potere che vedrà la sua espulsione dall'URSS nel 1973 a seguito del ritrovamento da parte della polizia sovietica del manoscritto del libro Arcipelago Gulag; riuscirà a tornare in patria solo nel 1994.
Mi piace salutarlo e ricordarlo con una frase che ho sempre portato con me, tratta dal suo libro:
"L'idea stessa della violenza esercitata da uomini su altri uomini deve essere pubblicamente condannata"



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CULTURA
L'AIDA alle Terme di Caracalla
27 luglio 2008


Chi passa a Roma almeno una volta nella sua vita in estate non può non organizzare il suo tour in funzione di una serata da trascorrere all'interno delle terme di Caracalla a seguire una grande opera in un ambiente unico, affascinante e ricco di storia.
Io, per mia fortuna, vicino Roma ci vivo e le occasioni per vivere questi alti momenti di cultura e spettacolo li ho a portata di mano, anche se non sempre ne usufruisco con assiduità: l'ultima volta è stata 16 anni fa, ero piccolo, ma ricordo come fosse oggi lo stupore e l'amore che suscitarono in me le note e le melodie dell'Aida di Giuseppe Verdi, sicuramente uno dei primi contatti della mia odierna passione per tutto ciò che è opera e musica classica.
E l'altro ieri sera, 24 luglio, ancora l'Aida, con i suoi colori, la sua storia in cui si mescolano sentimenti forti di amore, responsabilità verso la patria, tradimento per ragione di stato, sofferenza, gelosia; una rappresentazione unica, sotto il cielo stellato di Roma, tra le terme di una città millenaria, accompagnati da una musica divina, epica, cornice di una serata vissuta quasi in un'altra epoca, lontani dai rumori e dai ritmi della vita di ogni giorno.
Come non riportare la celebre romanza di inzio primo atto, quando Radamès, condottiero egiziano, (tenore sopraffino) esprime i suoi sentimenti nei confronti di Aida, schiava della principessa d'Egitto?Amore espresso con parole e musica...Dritto dritto fino al cuore!

Celeste Aida, forma divina.
Mistico serto di luce e fior,
Del mio pensiero tu sei regina,
 Tu di mia vita sei lo splendor.
Il tuo bel cielo vorrei ridarti,
Le dolci brezze del patrio suol;
Un regal serto sul crin posarti,
Ergerti un trono vicino al sol.
Celeste Aida, forma divina,
Mistico raggio di luce e fior.

ASCOLTA QUI







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CULTURA
Apertura dell'anno Paolino: un invito a "viaggiare"
29 giugno 2008



Oggi 29 giugno si festeggiano i santi Pietro e Paolo, protettori di Roma, e fondatori insieme agli altri Apostolo della Chiesa "unica, santa, cattolica e apostolica": giorno importante quest'anno perchè apre il cosiddetto Anno Paolino per celebrare il bimillenario della nascita di san Paolo, l'apostolo delle genti, impegnato nella diffusione della Buona Novella e nell'unità e nella corcordia tra tutti i cristiani.
I suoi viaggi, l'incontro con le diverse popolazioni e culture, le lettere spedite ad ogni comunità sono lì a testimoniare la forza della sua fede, la capacità di saper far incontrare sempre il Vangelo con la culura umana, senza ostentare ed obbligare, ma con umiltà, coraggio e accoglienza: memorabile in tale ottica è il discorso pronunciato all'areopago di Atene dove vengono riassunte tutte questi doni propri del santo (At 17, 16-34).
A me piace ricordarlo come l'"apostolo dei viaggi" perchè vedo nel viaggio una dinamica dell'uomo che rifiuta di rivestire di eterno il presente liberando il proprio spirito alla ricerca, rinnovandosi di continuo, stimolo per esplorare nuove parti di sè fino a quel momento rimaste nell'ombra: viaggiare vuol dire cambiare, vuol dire essere capaci di non chiudersi in dogmatismi alla ricerca di stabilità e controllo, quanto piuttosto ad aprire le mie prospettive, i miei orizzonti, i miei confronti, la mia immaginazione alle novità e alle eventualità.
Ma per cambiare è necessario incontrare qualcosa che è diverso da me, vuol dire andare incontro ad un altro uomo; e per incontrare bisogna amare riconoscere nell'altro, nella diversità, un fratello, con il quale percorrere un tratto, breve o lungo che sia, della propria vita.
Questo è il mio augurio a tutti i visitatori del blog, perchè ognuno, nel suo personale cammino, trovi un momento per confrontare la sua vita con quella di questo straordinario santo che oggi viene ricordato.
www.annopaolino.org


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CULTURA
Rispetto per gli altri è saper mettere da parte i propri individualismi
3 giugno 2008

Quello che è successo domenica mattina nel Duomo della città di Cesena fa molto riflettere riguardo allo stato in cui perversa il nostro Paese sempre più stretto dalla morsa del menefreghismo e della mancanza di rispetto che, cavalcando l'onda delle libertà assolute, del poter far tutto secondo ciò che dice la mia coscienza, portano alla cronaca fatti che inducono a pensare e soprattutto a cercare mezzi e strumenti per riuscire a dar vita ad una vera rivoluzione culturale che al lassismo dell' "io posso" sostituisca un più solidale "io rispetto".
La cronaca racconta di una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, per turbamento di funzione religiosa e atti contrari alla degenza pubblica nei confronti di due ragazzi che, rinchiusi in un confessionale, sono stati trovati impegnati in un appassionato rapporto orale: ciò che più sconvolge è la motivazione data dagli stessi ai carabinieri della caserma in cui sono stati immediatamente condotti, per la quale, essendo atei, era indifferente per loro un luogo rispetto ad un altro.
Uno dei padri della sociologia, Max Weber, parlando dell'Etica diceva: " Non ha senso un etica a priori, l'etica ha ragion d'essere solo a posteriori, nella misura in cui produce o bene o male "...Ho letto questa frase in uno dei blog che frequento abitualmente e devo dire mi ha dato molto da riflettere soprattutto in relazione a quest'ultimo evento, che prendo solo come esempio per mettere in luce una certa cultura secondo la quale appunto non si possa decidere a priori se una qualche azione sia ben o male, ma debba sempre essere deciso nel momento in cui essa produce o bene o male: ma stanno veramente così le cose?
Si, se entriamo nell'ottica che, mirando alla nostra completa soddisfazione, ce ne freghiamo di tutto ciò che troviamo sulla nostra strada, siano esse cose o persone, perchè in fondo l'unica sete del nostro agire è la realizzazione egoistica dei nostri bisogni; no, se invece, ci fermiamo a capire le diversità che abbiamo davanti ai nostri occhi, se percepiamo il valore del rispetto verso tutto e verso tutti, se la libertà non venga tradotta solo ed esclusivamente in assenza di regole e di paletti.
Personalmente non giudico i due ragazzi, per i quali, anzi, nutro sentimenti di pena e commiserazione, piuttosto giudico ciò che hanno compiuto perchè figlio di un qualcosa che va oltre il semplice fatto accaduto e riveste la nostra società di un ombra di individualismo e incapacità di vivere comunitario che mette paura, e soprattutto dovrebbe farlo allo stesso modo in cui lo genera qualsiasi azione contro un immigrato o un "diverso".

CULTURA
2 giugno: una festa di tutti gli italiani
2 giugno 2008


"La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno, tutti i figli di quel territorio" (Giuseppe Mazzini)


Sono da poco terminati i festeggiamenti per il 62° anniversario della rapubblica italiana, momento sicuramente importante nella storia del nostro Paese, ma che, ahimè, è ancora troppo poco sentito dalla maggioranza degli italiani, almeno secondo un sondaggio pubblicato proprio ieri dal Corriere della Sera: un italiano su tre neanche è a conoscenza del significato di questa festa e inoltre, per il 45% della popolazione l'identità nazionale non conta assolutamente nulla.
Risalta particolarmente un dato di questa inchiesta: oltre alla presenza di persone con poco bagaglio culturale e disinteressati a temi politici e sociali, sorprende, a mio modo di vedere, la corposa presenza anche di giovani con meno di 24 anni completamente all'oscuro del valore di questa data e privi di un sentimento identitario forte, capace di creare comunità, unità, spirito di appartenenza.
Personalmente trovo questo un segnale preoccupante perchè ritengo che il senso di appartenenza ad una comunità, la capacità di sentirsi parte integrante di un progetto condiviso, l'adesioni a valori e sentimenti comuni, siano le fondamenta indispensabili per affrontare qualsiasi problematica, sia essa interna al Paese, ma anche e soprattutto esterna, come il confronto con altre culture, altri ideali e altri valori.
Per questo trovo, per esempio, fuori luogo associare a questa festa mobilitazioni che, per quanto importanti e condivisibili, sembra vadano tutte contro una parte, risultando parziali ed ideologiche: perchè la festa contro ogni nazismo e fascismo? Non sarebbe stato più completo renderla una festa contro tutte le dittature?Non è anche questo un ulteriore strumentalizzare per propri fini un momento che invece deve essere di tutti, percepito da tutti ugaulmente come l'inizio di un percorso unitario, democratico e civile? Con questo non voglio assolutamente giudicare chi ha fatto questo, mosso sicuramente da nobili sentimenti, ma credo sia evidente come il percorso per combattere inutili contrapposizioni ideologiche sia ancora lungo, nonostante l'impegno promosso da varie parti politiche.
Credo che sia indispensabile promuovere un impegno forte e deciso su due aspetti fondamentali: l'educazione, e in particolare la formazione dei giovani, attraverso un'educazione civica completa che sappia trasmettere conoscenze, ma anche responabilità e senso civico; amore per la patria, che non si tramuti in rifiuto delle diversità, ma che anzi attraverso la partecipazione e il confronto sappia trasmettere alle persone una sentimento di appartenenza e di attivismo nell'attuazione della "cosa pubblica".
Il passaggio da singole individualità a parti integranti di una comunità penso sia quello che feste di questo tipo vogliono sottolinearci, spingendoci tutti in una direzione indispensabile per crescere, sfidare con creatività i problemi di tutti, confrontarci con chi è altro da noi, ma non per questo portatore di paura e angoscia.

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