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"La strada è lunga, ma non esiste che un solo mezzo per sapere dove può condurre, proseguire il cammino" (don Tonino Bello)
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CULTURA
Dove stiamo andando?
30 aprile 2009
Le ultime notizie sono: Rebellin, medaglia d'argento alle ultime olimpiadi di Pechino, trovato positivo al doping cosiddetto di terza generazione; La marciatrice greca Athanasia Tsoumeleka e l'ottocentista croata Vanja Perisic sono risultate positive al Cera; Rashid Ramzi, oro olimpico nei 1500 maschili alle Olimpiadi di Pechino 2008, e' risultato positivo al Cera...Tutti dopo i dopo i test supplementari disposti dal Comitato olimpico internazionale su campioni di sangue congelati prelevati durante il corso delle Olimpiadi.

Il quadro è agghiacciante.

Terminarono i giochi olimpici quasi con un sospiro di sollievo nel constatare che erano stati pochi, in fondo, gli atleti bloccati per doping: i fatti stanno dimostrando il contrario e soprattutto, cosa ancora più grave, quanto la lotta a questa subdola forma di illegalità, sia ancora lenta, poco proficua e assolutamente inefficace.
Cosa serve, oggi, levare una medaglia? Ritirare un titolo o un primato raggiunti rubando? A nulla, per il semplice fatto che le feste, i titoli, le osannazioni, tutto ciò che il circo mediatico costruisce intorno al personaggio, al "mito" del momento, sono già passati e sono già stati consumati dal pubblico al quale, oggi, poco importa se quello o quell'altro non avrà più una medaglia.
Ma c'è da preoccuparsi, perchè se è questo lo sport che vogliamo, se sono questi i modelli da trasmettere, sui quali fondare anche la crescita dei più piccoli, se da queste esperienze estrapoliamo i valori sui quali basare l'educazione dei giovani, fondamenta della società futura, poi non possiamo rimanere sconcertati dalle reazioni che, con sempre maggiore regolarità, evidenzia il mondo giovanile alla ricerca di qualcosa che il mondo degli adulti non è più in grado di trasmettere e comunicare.
Il mondo degli adulti a questo vuoto valoriale ormai è abituato e ha imparato a conviverci con rassegnazione e immobilismo, i giovani non hanno questa "capacità" (direi per fortuna!!!) e lottano contro questo stato delle cose nei modi a loro più congeniali e spesso più estremi come è lecito aspettarsi da quell'età.
A noi il compito di invertire la rotta fin dalla scuola, dalle palestre e dai campetti: piuttosto che il culto della vittoria, del raggiungimento di un obiettivo a tutti costi, sopra ogni cosa, con qualsiasi mezzo, che passi un messaggio diverso improntato più sul rispetto, sulla legalità, sull'impegno, il sacrificio, la costanza e una forte e salda cultura della sconfitta che diventi la base di ogni sistema educativo e sociale.

SPORT
Pechino '08: Cammarelle chiude con un oro
25 agosto 2008

"Non passerò al professionismo e non parteciperò ad un reality"

Con queste parole Roberto Cammarelle chiude di fatto la sua trionfale esperienza olimpica e cala il sipario dei Giochi su tutta la delegazione italiana: una bella chiusura, semplice e genuina, a testimonianza che lo sport può ancora distaccarsi dal business e dai contratti milionari come dai media e dalla loro strumentalizzazione, rimanengo ancorato a quei valori base che ancora lo mantengono legato ad una dimensione popolare e "vicina" alla gente comune.
Poche parole per affermare che no, lui non entrerà nel mondo dei vip, non cercherà fama e successo in vie collaterali, perchè lui la sua fama e il suo successo li ha tutti lì, in quella medaglia, sul quel ring, con le mani dentro quegli enormi guantoni.
E' bello constatare che lo sport riesca ad essere ancora questo e possa sprigionare quella forza derivante dal sacrificio che esso comporta per dare esempi, proporre testimonianze che avvicinino i più piccoli a praticarlo non solo per arrivare a partecipare ad un reality, non con l'idea che tutto si raggiunge facilmente, ma perchè in esso si riproducono frammenti di vita con i quali tutti siamo chiamati a confrontarci prima o poi, sia chi vince sia chi perde, sia chi è più fortunato sia chi meno.
Perchè in fondo
"la box è una scuola di vita. I pugni si danno e si prendono:devi solo cercare di prenderne meno".
Una bella chiusura, non c'è che dire!!!!


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permalink | inviato da Andrzej il 25/8/2008 alle 13:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
SPORT
Da Dordoni a Schwarzer: mirabili esteti di uno sport umile e modesto
23 agosto 2008
Le emozioni che ieri notte ha saputo regalarmi Alex Schwarzer nella prova olimpica di marcia sui 50 km sono indescrivibili: dopo ore nelle quali mi giravo e rigiravo nel letto senza riuscire a prendere sonno, ho deciso di spostarmi davanti la Tv per cercare qualcosa che conciliasse il mio sonno e mi aiutasse ad addormetarmi.... C'era la marcia in diretta, mancavano forse 20 km all'arrivo e la partecipazione che ha invaso il mio corpo, l'ammirazione per i movimenti e le fatiche quasi disumane di quegli atleti e per concludere il toccante arrivo di Alex hanno fatto si che alla fine sono rimasto sveglio fino all'alba.
Ma è stata veramente un'emozione.
La fatica, la sofferenza i sacrifici per raggiungere un obiettivo erano tutti lì in quel passo difficile ripetuto chissà quante volte, in quelle lacrime finali ricche di pathos e di umanità, nela commozione di vivere un attimo unico, indelebile, irripetibile nel quale speranze e certezze si fondono tramutando ogni difficoltà del passato in gioia e risorsa.
In fondo lo sport, in questo, si avvicina, fin quasi a toccare, la vita dell'uomo: non sono i sacrifici tasselli fondamentali di ogni nostro percorso? Non è la passione per quello che si fa, il desiderio di superarsi, la voglia di lottare a rendere rinunce e sofferenze gioie pure al momento di tagliare il traguardo?
E secondo me, da ignorante in materia di marcia, questo è uno sport che può impersonificare proprio questa dimensione dell'uomo, proprio grazie alle caratteristiche base che esso ha nella sua struttura: correre con una tecnica faticosa e complicata, percorrere in solitudine decine di km, cercare dentro di se il coraggio per andare avanti, combattere la sete, la fatica, il freddo, il caldo, non sono aspetti che sotto diverse sfaccettature si riproducono giornalmente nel vissuto di ogni uomo?
Mi spingo anche un pò oltre: la marcia può anche essere vista come la dimensione del nostro popolo.
Per farlo risalgo proprio a Giuseppe Dordoni, altro mirabile marciatore, campione olimpico nel 1952 ad Helsinki (1926-1998) e soprattutto alle parole espresse dall'allora inviato della Gazzetta dello Sport Gianni Brera ricche di emozione ed entusiasmo:"Caro vecchio Dordoni piacentino, vorrei che sul nostro fiume, questa sera, i paesani accendessero fuochi di festa come dopo le antiche regate vittoriose. Vorrei che così celebrassero l'inarrivabile campione di uno sport che si addice alla nostra modestia di un francescano sport per il più francescano dei popoli. Tu entravi a passo ancora allegro, salutando la folla, e io a questo pensavo nell'ora del tuo trionfo. Atleti di formidabile possa avevano fino allora acclamato dagli spalti: negri giganteschi e plastici di movenze, nordici dai lunghi affusolati muscoli ribollenti ad ogni falcata sotto la pelle candida, colossi di altre genti che con slancio titanico facevano volare il peso oltre i limiti impensati. E i nostri, come era triste vederli scomparire, in così umiliante confronto...Tutto questo, Giuspai, ragazzo del mio Paese, pensavo mentre allegro marciavi l'ultimo stadio. Tanto bene mi fece vederti salire modesto il podio del vincitore."

I tempi sono sicuramente diversi e le condizioni del nostro Paese cambiate, però nel leggere queste parole ho trovato il nome alle emozioni che ho vissuto davanti al televisore: modestia e umiltà, caratteristiche che come popolo "abbiamo" dimostrato in tanti momenti della nostra storia, sacrificio e lungimiranza, anche di fronte alle nostre mancanze in confronto ad altri popoli e altre razze....Chissà che, forse, siano aspetti che dovremmo riuscire a rifare nostri oggi, risvegliando quelle "risorse nostre" rivissute nella splendida vittoria di Schwarzer.
Chiudo con le parole di Dordoni:"Oggi l'atletica va come il mondo: si parla di soldi e si va in fretta. Ma quando corro e vedo davanti a me un ragazzo che viaggia forte, non posso fare a meno di aumentare il passo per superarlo"


SPORT
Ciao Presidente...
18 agosto 2008


Il blog è ufficialmente in ferie, ma uno strappo alla regola va fatto per l'ultimo saluto al grande presidente degli ultimi 15 anni di storia giallorossa: Franco Sensi si è spento questa notte dopo una lunga malattia.
Da romanista e amante del calcio non potevo non salutare l'uomo che più di ogni altro ha scritto pagine indelebili della storia della Roma calcistica e non solo, viste le innumerevoli battaglie mosse contro i poteri forti e costituiti delle società del nord sempre più forti economicamente e politicamente.
E' stato il presidente della mia vita di tifoso visto che lo è diventato quando avevo poco più di 10 anni.
L'ultimo presidente capace di difendere un'idea di calcio come passione e divertimento, contro quella che lo ha visto piano piano soccombere all'ideologia del business, delle acrobazie finanziarie e dei bilanci: grande comunicatore, era riuscito ad instaurare un rapporto diretto con la tifoseria, parlandone lo stesso linguaggio, condividendone la stessa illimitata passione in un'alchimia perfetta che ha portato la Roma ai vertici del calcio italiano ed europeo, avendo il lustro di far crescere tra le sue fila il giocatore simbolo di tutta la storia giallorossa, Francesco Totti.
Disse un giorno che la Roma sarebbe rimasta sua fino alla morte: l'ha mantenuto, difendendosi dagli attacchi prima russi e poi americani, dal potere dei rubli e dei dollari, ancorato ad una simbiosi perfetta tra città e tifo, tra passioni e caratteristiche uniche di questa città....
Grazie presidente...


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permalink | inviato da Andrzej il 18/8/2008 alle 11:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
SPORT
...Si può anche perdere!!!
13 agosto 2008


Nella vita, come nello sport, non sempre ci sono le vittorie, ci sono momenti in cui si sorride, momenti in cui si piange, attimi di estasi intervallati da dure e profonde delusioni che ci buttano a terra nello sconforto più totale: sono le fasi delle vita, si può solo sognare di non viverle, mentre ci si può impegnare affinchè, quando arrivano, ci facciamo trovare pronti per reagire e ricominciare.

Questa è la vita e lo sport, forse, ne è la dimostrazione più chiara e limpida, al contempo sublime e crudele.
Sembra però che questa sia una logica che il potere mediatico, la comunicazione e la cultura dominante facciano fatica a comprendere.
Parlo di Montano, il forte sciabolatore livornese, già oro ad Atene 2004, che quest'anno non è riuscito ad emulare l'impresa perdendo l'incontro degli ottavi di finale del suo torneo: parlo di lui perchè la scherma è lo sport che pratico e al quale sono più vicino, ma potrei parlare di tanti altri che allo stesso modo vivono stagioni altalenanti della loro carriera di campioni, e che, portati alle stelle, vengono repentinamente infangati non appena qualcosa gira in maniera differente.
Mi diverto ad ascoltare e leggere i diversi commenti che si susseguono dopo determinate sconfitte, perchè sembra quasi che la gente non aspettasse altro per lanciare i propri anatemi e giudizi più o meno affrettati.
Si dice poi che è il prezzo che deve pagare chi, grazie alla Tv, è arrivato alle stelle, quasi che le stelle, quel campione, non le abbia già tocccate conquistando una bella medaglia...No il successo si misura attraverso le comparse, attraverso i sondaggi, attraverso le foto sui giornali, poco importa poi se dietro al personaggio c'è sempre un uomo, o una donna, che lavora, si impegna, mette in gioco tutta la propria vita per raggiungere un sogno ed un obiettivo.
L'importante è avere il personaggio, fare in modo che faccia vendere e attragga l'attenzione dei più, per poi distruggerlo quando ne è pronto un altro da lanciare nella giostra della celebrità e spremere fin quando è utile e può tornare comodo.
Nessuno sa, per esempio, che Aldo Montano nel quadriennio successivo la sua vittoria ad Atene abbia vinto un campionato Europeo, un'edizione dei Giochi del Meditterraneo, è il vice-campione del mondo in carica, è arrivato come numero 3 al mondo a questi Giochi Olimpici: nessuno lo sa, perchè in fondo ai media è interessato raccontare delle sue storie d'amore, delle sue apparizioni, delle sue vacanze e la gente ha saputo solo questo, dando così affrettate conclusioni ai motivi dell'odierna sconfitta.
E' vero che molti controbbattono che è lui ad aver scelto tutto ciò, ma io rispondo: il problema è solo l'apparizione in Tv, oppure che il giornalista preferisce interessarsi di altri aspetti e quindi che la gente attenda solo quelle notizie?
A me, personalmente, interesserebbe di più sapere dal Montano di turno cosa voglia dire per lui allenarsi, quali sono i suoi ritmi, quali, per esempio, le sue paure, i suoi timori, le sue attese per ogni gara e non solo quella che, nell'immaginario comune, sembra essere l'unica che fa ogni 4 anni.
Sarebbe bello che raccontasse il perchè della sua scelta di essere andato fino in Russia per preparare queste olimpiadi alla ricerca del maestro con il quale è cresciuto fino all'età di 20 anni; raccontare gli aneddoti di quell'esperienza, il suo legame con il maestro, la sua voglia irrefrenabile di "morire" su di una pedana pur di essere più forte, più bravo, il migliore.
Sa qualcuno, per esempio, che per lui l'allenamento deve essere interrotto, altrimenti non si fermerebbe mai? Si sa in giro che tanti dei suoi infortuni sono dovuti ad un eccesso di allenamento che lo porta a non sentire il limite fisiologico oltre il quale il fisico va sotto stress?
Ricordo un giorno, alla fine di un allenamento, stremati da una seduta piuttosto pesante, essere avvicinato proprio da lui...Il mio unico errore, quel giorno, era stato non essere uscito con fretta dalla palestra, perchè unico rimasto mi chiese:"Ti va di fare un altro match?"
Volevo morire, ma non potevo e non volevo dire no. Facemmo quel match. Importante per lui, ma anche per me, perchè, alla fine, è sempre il particolare a fare la differenza e lui, in ogni cosa, punta e ha sempre puntato a questo.

Purtroppo però, queste sono cose che non interessano e che agli occhi di molti non fanno notizia, mentre, per me, non la fanno perchè non si vuole che la faccia, perchè richiede più tempo, maggiori informazioni e migliore preparazione sui dettagli di uno sport che conoscono in pochi, come succede per tante altre discipline.
Manca la cultura della sconfitta, cosa che invece lo sport insegna e trasmette a chiunque lo pratichi, anche a chi è più abituato di altri a riportare vittorie (vedi Vezzali): manca perchè è meglio eliminare la sconfitta dall'immaginario collettivo, è meglio dare spazio al mondo ideale nel quale tutto è facile, tutto si raggiunge in poco tempo e non c'è spazio per la fatica e il dolore che obbligano a fermarsi, a essere, lì si, veramente dei campioni, capaci di rialzarsi e ricominciare.
La vita, però, non è quella che ci viene presentata e, forse, uno sport raccontato a metà è uno sport privato della sua componente più importante e più umana.
SPORT
Immagini da Pechino/2: terzo oro olimpico per Valentina Vezzali
11 agosto 2008


I Giochi Olimpici di Pechino ci regalano un'altra immagine meravigliosa dello sport mondiale: Valentina Vezzali ha da poco vinto la sua terza olimpiade consecutiva nel fioretto individuale andando così a triplicare i successi ottenuti prima Sidney e poi ad Atene.
Non sarà sicuramente l'unica, ma il tributo per questa donna deve essere totale per quello che ha vinto, per quanto ha vinto e per la sua inarrestabile carriera che sembra quasi non voler vedere la fine.
Per chi ha avuta la fortuna di guardare la finale in Tv il sunto di tutta la grandezza della Vezzali è tutto in quegli ultimi 26 secondi dell'assalto: sopra di una stoccata subisce rimonta e sorpasso nel giro di pochi istanti...Sembrava fatta, il trono non era più suo, la botta, a livello psicologico poteva essere disarmante. E invece no, o meglio, non per lei.
Pareggio raggiunto praticamente all'istante, da felino quale solo lei sa essere.
E vantaggio a soli 4 secondi dalla fine, quando per tutti, ormai, si prospettava una conclusione al minuto supplementare: no, per lei no, coraggio e prontezza, velocità e destrezza le hanno dato l'ennesimo alloro olimpico.
Di scherma si parla ogni quattro anni, questo è il peccato più grande del nostro Paese che dimentica troppo spesso uno sport che invece porta prestigio e vittorie a tutto il movimento sportivo nazionale; allora è facile ascoltare le solite frasi del tipo "eh si, la Vezzali è proprio una campionessa", o peggio, "ma chi è quella forte che c'aveva i capelli rossi a Sidney?", "ma che arma fa, la scherma?"...Insomma cè da ridere ogni volta, o da piangere, per chi come me pratica questo sport e sa quante belle storie ha da raccontare ogni anno, ma relegate a qualche fugace apparizione da ultima pagina.
Ieri ha vinto Matteo Tagliariol dopo una gara meravigliosa ed una finale epica; oggi, oltre alla vittoria della Vezzali, il terzo posto della Grambassi e il quarto dell'altra campionissima Giovanna Trillini...Insomma, ci sarebbe da parlare, raccontare, dare spazio ad un movimento che potrebbe dare molto e non solo in termini di medaglie.
Ma torniamo a Valentina che oggi giustamente reclama il ruolo di portabandiera alle prossime Olimpiadi: come negarle ad una penta-campionessa del mondo, ad una tri-campionessa olimpica, ad una capace di vincere più di 60 prove di coppa del mondo, non so quanti Europei,  e altre competizioni, sia individuali che a squadre? Non si può, e oggi non si può non dare spazio ad un monumento dello sport italiano e mondiale, ad un'immagine bella e positiva di cosa voglia dire passione per lo sport, attenzione maniacale ad ogni allenamento, desiderio di arrivare e di dar voce nella maniera più bella e armoniosa al divino talento che la natura le ha messo a disposizione.
Riporto una tesi di di Giani Sturparich scrittore triestino combattente nella prima guerra mondiale, a mio parere stupenda nel definire questo meraviglioso sport: "Nella semplice competizione fisico-muscolare, cioè nella lotta, noi non mettiamo in azione tutte le nostre risorse; con un'arma in mano invece noi possiamo far concorrere, chiamare a profitto tutte le nostre qualità fisiche e psichiche. Sulla pedana non vince chi ha una muscolatura più potente a disposizione, o chi ha più resistenza (fiato), o impeto più gagliardo, occhio più preciso, astuzio più felina, ma chi sa armonizzare insieme tutte queste qualità e ad altre ancora. In un assalto di scherma l'uomo mette a misura tutto se stesso, il suo corpo e la sua mente, integrandoli a vicenda, e dove il fisico gli manca, può supplire con l'intelligenza: direi che deve dare un carattere ai suoi muscoli, giudare con la massima perizia la sua "macchina" fisica"


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permalink | inviato da Andrzej il 11/8/2008 alle 18:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
SPORT
Immagini da Pechino/1: la pace attraverso lo sport
11 agosto 2008


Questo è quello che lo sport deve avere la libertà di fare, essere capace di unire e tramettere pace in un mondo sempre più incline all'uso della violenza e della forza per risolvere controversie e difficoltà.
E' scoppiato negli ultimi giorni un conflitto armato tra la Russia e la Georgia in Ossezia del sud: sembra quasi che le guerre degli ultimi anni scoppiate, per esempio, nei Balcani e in Cecenia non abbiano insegnato nulla se non come intraprendere la strada che porta ad una spirale sempre più sottile ed infinita di violenze.
Si parla di 40000 sfollati e non so quanti morti anche e soprattutto tra la società civile.
La diplomazia internazionale, dicono, si stia muovendo per trovare una soluzione alla crisi in atto: la cosa che mi sembra sempre assurda in questi casi è l'inesorabile lentezza che questa "macchina della pace" ha nel muovere passi decisivi, quasi che sia di poca importanza un giorno in più di attesa.
Da Pechino, dove si stanno svolgendo i Giochi Olimpici, la risposta più bella, alla guerra, ma anche a tutti coloro che chiedevano gesti concreti da parte degli atleti: nella gara del tiro con la pistola da 10 metri vinta da una cinese, al momento della premiazione la georgiana Nino Salukvadze, giunta terza, ha abbracciato con affetto e commozione la russa Natalia Paderina, medaglia d'argento.
Un gesto instinitivo e ricco di significato a testimonianza di quanto serva veramente poco per essere testimoni veri di pace e fratellanza e quanto dai piccoli gesti possano giungere risposte ed insegnamenti che la politica e la diplomazia troppo spesso non sono in grado di dare.
Lo sport ha in mano un potere enorme che è quello di trasmettere un sentimento universale di fratellanza che vada aldilà di ogni incomprensione, mancanza di dialogo e incapacità di incontrarsi: lo sport è anche questo, è soprattutto questo a dispetto di chi, al contrario, cerca di trasmetterlo solo ed esclusivamente come un business, come qualcosa di marcio, di negativo e lontano dai bisogni comuni.
SPORT
"Ok, mi intervisti, però le domande gliele suggerisco io"
23 luglio 2008

Questa mattina, da buon lupacchiotto quale sono, mi sono recato in edicola per comprare "Il Romanista", quotidiano dei tifosi più tifosi del mondo: ammetto che non lo faccio sempre, ma oggi, dopo le notizie di ieri pomeriggio riguardanti l'acquisto di Mutu, non ho potuto resistere alla tentazione di farmi una bella scorpacciata di notizie giallorosse per prepararmi, diciamo così, al grande sogno.
Ovviamente, come sempre, le solite "ci siamo", "è quasi fatta", " tutto porta alla felice conclusione", ma nulla di certo, come è ovvio e giusto che sia; diciamo che la vena del tifoso, stamattina, sognatore per costituzione, ha avuto la meglio su quella dello sportivo.
A parte questo breve vissuto personale da appassionato di calcio e di Roma la cosa che alla fine ha destato la mia attenzione è stata l'intervista a pagina 7 al neo ct della Nazionale Marcello Lippi: avendo a mente il bacino d'utenza del quotidiano immaginavo di trovare gran parte dell'articolo incentrata sul ritorno o meno di Totti in Nazionale, come da copione, con qualche spunto su De Rossi e Aquilani e magari una puntatina polemica sul rapporto controverso con Panucci...Nulla di più errato, perchè il cappello introduttivo del giornalista Daniele Lo Monaco recitava così:"Questa è la cronaca di un'intervista pensata per intero però realizzata per metà, a causa della scarsa disponibilità dell'interlocutore a rispondere a buona parte delle domande preparate".
Ovviamente l'interesse è salito e di fiato l'ho letta tutta e vi riporto in seguito stralci della stessa sorvolando sulle classiche domande di routine:
In fondo come massimo rappresentante del calcio italiano dovresti dire qualcosa di più. La definizione di "acquazzone per fortuna passato" legata a Calciopoli a noi del Romanista è sembrata francamente inadeguata. Dall'ambasciatore del calcio italiano ci aspettavamo un pò di più.
"Ma che senso ha fare queste domande?Non mi avevi chiesto un'intervista sul calcio?"
Noi avevamo chiesto un'intervista all'allenatore della nazionale. E tu ci avevi dato la tua disponibilità. Le domande le scegliamo noi. Libero tu ovviamente di non rispondere.
"Ma io non ho più voglia di parlare di queste cose, io sono dispostissimo a scendere in particolari tecnici, se vuoi parlare di queste cose. Altrimenti mi incazzo e non andiamo avanti."
Ci sorprende se ti incazzi.
"Tu hai sempre voglia di fare questo tipo di polemiche"
Chi lo dice questo?
"Lo dico io"
In base a cosa puoi sostenere una cosa così?Io faccio il giornalista e pongo le domande che ritengo sia giusto fare. Non ci capita spesso di poterti intervistare, logico che ti chiediamo cose anche del passato.
"Senti, io ho anche da fare. Se vuoi andare avanti col calcio bene, altrimenti possiamo chiuderla qui."

Bene, questa la parte che più ha suscitato in me qualche riflessione anche in relazione ad un post che tempo fa ho letto e commentato qui, su di un blog molto interessante e bello che invito a visitare, incentrato sulla comunicabilità di Lippi: ovviamente chi ha scritto, stando nel settore, ne sa molto più di me e sicuramente è più preparata, certo è che stavolta non è che abbia dimostrato granchè questa presunta dote.
Ma tralasciando l'aspetto strettamente comunicativo, la mia curiosità è legata proprio al discorso Calciopoli e tutto il marcio e lo schifo che due anni fa ha sconvolto il mondo del calcio, ma soprattutto noi tifosi, le nostre passioni, la nostra ingenuità nel seguire e tifare uno sport che, nonostante tutto, è e rimane bellissimo: non che servisse quella bufera per farci aprire gli occhi, ma da lì vennero fuori in maniera esplicita tanti nodi e tante ambiguità veramente sconvolgenti.
Ora, siccome il caro Lippi ha avuto la fortuna di guidare la Juventus in stagioni non prese in considerazione dagli inquirenti, ma comunque amministrate dagli stessi uomini degli anni di Capello, è evidente che la coscienza troppo pulita non possa averla neanche lui; se consideriamo poi che il figlio è stato implicato, quale procuratore di giocatori, nello scandalo, qualcosa di marcio nella sua vicenda sportiva c'è, o mi sbaglio? Almeno è lecito ipotizzarlo.
Ora è vero che è campione del mondo, è vero che ci ha fatto vivere un sogno e festeggiare tutti nelle piazze italiane, ma è anche vero che nascondere il passato non è proprio una cosa apprezzabile, pensare che ciò che è successo sia acqua passata fa ribrezzo e sinceramente dal ct della nazionale qualcosa in più era lecito aspettarsi.
Poi ognuno fa come crede, tanto alla fine dei conti ci sono sempre gli arroganti, c'è sempre chi non paga gli errori del passato, c'è sempre il furbo, c'è sempre il giornale "dei romani che piangono e vogliono fà polemica tanto nun c'hanno niente da dì" : di luoghi comuni, figuratevi, possiamo farcene all'infinito, soprattutto su chi, che cavolo, c'ha fatto "campioni der monno".
Ok, ci sto, però non definiamolo bravo comunicatore, per favore!!!

Karl Unterkircher: un uomo alla ricerca della vetta più alta
20 luglio 2008

Aggiungo il link di un articolo scritto da Nerella Buggio per il sito culturacattolica.it che commenta, secondo me in maniera stupenda, proprio l'ultimo scritto di Karl che riporto alla fine di questo post: mi sento molto vicino a questo modo di intendere la vita come una sfida, un Mistero da vivere, poco importa cosa poi segnerà la via, se la montagna o altro.
Ringrazio l'autrice per la disponibilità.
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=9347

"Ogni tanto parlavamo della morte. Lui sentiva che una volta o l'altra sarebbe rimasto sulle montagne. Almeno so che adesso è nel posto che amava più di tutti": con queste parole la signora Silke, moglie di Karl Unterkircher l'alpinista morto sulla montagna di Nanga Parbat il 16 luglio scorso travolto da una slavina, ha salutato con dignità, forza e amore suo marito e padre di 3 piccoli bambini.
Un rapporto simbiotico il suo con la montagna, capace di portarlo fin sulle vette più alte del mondo, alla costante ricerca di qualcosa di nuovo da scoprire e alla fine di riprenderselo per sempre, tra le sue valli, i suoi ghiacciai, e gli infiniti paesaggi davanti ai quali tante volte si sarà fermato stupito, pensieroso e contemplante.
Lo immagino così, perchè così l'ho conosciuto nel recente congresso internazionale di Sportmeet, del quale ho parlato anche qui, dove venne per condividere con noi partecipanti la sua testimonianza di uomo in ricerca, affascinato dalla natura e dalle sue difficoltà, attratto dai percorsi selvaggi, nuovi, incontaminati dal passaggio dell'uomo: ricordo il suo modo di presentarci le foto delle sue missioni, il suo comunicare con brevi frasi e lunghissimi silenzi tutta la profondità della sua esperienza, le emozioni che il contatto diretto con la natura provocavano nel suo animo.
Un uomo dalla grande forza interiore, sempre alla ricerca di una vetta più alta da scalare, di nuove frontiere da raggiungere, ma nello stesso tempo umile, modesto, pronto a condividere con il prossimo le domande che i suoi percorsi provocavano nel suo cuore, le speranze, ma anche e soprattutto le inquietudini che nascono nel cuore di chi lotta, di chi persegue un qualcosa convinto della nostra limitatezza e del nostro essere infintamente piccoli e quindi in doveroso rispetto verso tutto ciò che ci circonda.
Vorrei condividere con ogni lettore le ultime parole di un uomo che, pur nella drammaticità della sua fine, ha saputo dare un senso alla sua vita, ha anelato ai limiti dell'esistenza umana con umiltà e rispetto, ma allo stesso tempo con speranza e grande forza interiore.


"È il 13. Luglio. Sono sdraiato nella mia tenda. Cerco di addormentarmi, ma la mia mente è confusa da tante domande. I miei pensieri vanno sempre al Nanga Parbat, alla parete Rakhiot. Le scariche di ghiaccio mi procurano paura. La responsabilità mi procura ansia, pensando frequentemente a casa, ai miei cari. Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio: se ci chiama dobbiamo andare. Sono cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? Ma chi glielo ha fatto fare?". Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!"



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permalink | inviato da Andrzej il 20/7/2008 alle 11:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
CULTURA
Diritto di perdere:riflessioni dopo due partite della Nazionale
14 giugno 2008

Ho ancora davanti agli occhi, come credo la maggioranza degli italiani, gli ultimi concitati minuti della partita di ieri sera tra Italia e Romania: attimi convulsi stretti tra il desiderio, la certezza, la speranza di un goal liberatorio che ci avrebbe proiettati al match con la Francia carichi di qualche sicurezza in più, e la paura di naufragare con largo anticipo sotto il letale colpo dagli undici metri decretato con molta generosità dall'arbitro.
Alla fine sappiamo tutti come sono andati i fatti: Buffon ha regalato all'Italia tifosa qualche briciolo di speranza in più, all'Italia chiacchierona qualche discussione in più da intavolare, e a tutti quanti la netta sensazione di essere sempre un popolo dalle mille risorse, ma capace di soffrire sempre fino all'ultimo istante disponibile...Siamo fatti così, è un dato di fatto riscontrabile in ogni situazione, e possiamo solo accettarlo e cercare di costruirci sopra il maggior numero di successi e soddisfazioni.
A parte la cronaca spicciola c'è una cosa che più di altre mi è rimasta impressa: finita la parita con l'Olanda subito processi all'allenatore, ai giocatori, allo spirito di squadra inesistente, tanto è vero Petrucci, presidente del CONI, intervenendo sull'argomento, ha tenuto a precisare come in Italia, purtroppo, è completamente assente il diritto a perdere;in pratica sembrava già tutto finito, tranne che, dopo il pareggio con la Romania, dimenticate le critiche, tutta la discussione è passata sulla possibilità o meno del "biscotto" olandese, sulla sportività di Van Basten, e sulla certezza di un'Italia ritrovata, nuova, diversa, a soli 4 giorni dal precedente incontro.
Quello che mi chiedo, tornando alle parole di Petrucci, è se in Italia manchi veramente il diritto a perdere, o, semmai, sia qualcosa di altro, molto più serio e preoccupante, a mancare, cioè il "saper perdere", saper accettare la sconfitta, senza lasciarsi intrappolare dalle migliaia di disquisizioni che giornalmente ci colpiscono, e non solo in ambito sportivo.
Saper perdere vuol dire saper accettare la bravura dell'avversario, riconoscerla, rispettarlo per il suo ruolo di avversario che si confronta con noi su di un campo comune, essere in grado di mettere in evidenza i propri limiti, le proprie mancanze, i propri errori; questo, alimenterebbe un processo virtuoso molto più ampio che spazierebbe dalla capacità di programmare, di prepararsi, di impegnarsi a fondo per qualcosa, consapevoli che i risultati non sempre arrivano quando ce li aspettiamo, semplicemente perchè...Questa è la vita.
Per noi in Italia sembra non essere così e proprio per questo preferiamo dare la colpa ai brogli quando perdiamo le elezioni, preferiamo cercare allo sfinimento il responsabile di una sconfitta, anche quando esso è identificabile solo nella bravura dell'avversario, pensiamo alla mafia e alla corruzione quando qualcuno raggiunge determinate posizioni, ce la prendiamo con un arbitro per una sconfitta, o con l'allenatore che ci ha preparati poco e male: è così sulla scena politica, civile, nei campi di calcio, nelle diverse categorie, in tanti sport che settimanalmente presentano ai pochi spettatori presenti scene assurde conseguenti una sconfitta...E' o non è così?
Al presidente del CONI, visto il suo importante intervento, mi verrebbe da chiedere: sicuro che manchi solo il diritto a perdere? E comunque, se questo fosse vero, come è plausibile che lo sia, non sarebbe il caso di capirne i motivi?La fonte, per me, è proprio l'assenza di una cultura della sconfitta, l'incapacità di perdere, cronica nel nostro Paese: e lei, signor presidente, proprio in qualità di responsabile dell'istituzione sportiva per eccellenza in Italia, non trova che proprio lo sport debba essere uno strumento per divulgare una "cultura nuova" in tal senso? Non crede che una tale assenza sia proprio da imputare a mancanze gravissime nei programmi sportivi-educativi presenti in Italia?
Io credo che proprio da questo sarebbe il caso di partire uno sport che sappia formare la persona nella sua globalità, come uomo e cittadino in primis, e poi perchè no, anche come sportivo, vincente e famoso, perchè in fondo stiamo tutti aspettando il miracolo martedì prossimo, passione che non deve mai essere assopita, ma piuttosto, alimentata da valori forti e concreti che le siano da supporto per formare ogni individuo in maniera completa e civile.

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agosto