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"La strada è lunga, ma non esiste che un solo mezzo per sapere dove può condurre, proseguire il cammino" (don Tonino Bello)
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CULTURA
Dove stiamo andando?
30 aprile 2009
Le ultime notizie sono: Rebellin, medaglia d'argento alle ultime olimpiadi di Pechino, trovato positivo al doping cosiddetto di terza generazione; La marciatrice greca Athanasia Tsoumeleka e l'ottocentista croata Vanja Perisic sono risultate positive al Cera; Rashid Ramzi, oro olimpico nei 1500 maschili alle Olimpiadi di Pechino 2008, e' risultato positivo al Cera...Tutti dopo i dopo i test supplementari disposti dal Comitato olimpico internazionale su campioni di sangue congelati prelevati durante il corso delle Olimpiadi.

Il quadro è agghiacciante.

Terminarono i giochi olimpici quasi con un sospiro di sollievo nel constatare che erano stati pochi, in fondo, gli atleti bloccati per doping: i fatti stanno dimostrando il contrario e soprattutto, cosa ancora più grave, quanto la lotta a questa subdola forma di illegalità, sia ancora lenta, poco proficua e assolutamente inefficace.
Cosa serve, oggi, levare una medaglia? Ritirare un titolo o un primato raggiunti rubando? A nulla, per il semplice fatto che le feste, i titoli, le osannazioni, tutto ciò che il circo mediatico costruisce intorno al personaggio, al "mito" del momento, sono già passati e sono già stati consumati dal pubblico al quale, oggi, poco importa se quello o quell'altro non avrà più una medaglia.
Ma c'è da preoccuparsi, perchè se è questo lo sport che vogliamo, se sono questi i modelli da trasmettere, sui quali fondare anche la crescita dei più piccoli, se da queste esperienze estrapoliamo i valori sui quali basare l'educazione dei giovani, fondamenta della società futura, poi non possiamo rimanere sconcertati dalle reazioni che, con sempre maggiore regolarità, evidenzia il mondo giovanile alla ricerca di qualcosa che il mondo degli adulti non è più in grado di trasmettere e comunicare.
Il mondo degli adulti a questo vuoto valoriale ormai è abituato e ha imparato a conviverci con rassegnazione e immobilismo, i giovani non hanno questa "capacità" (direi per fortuna!!!) e lottano contro questo stato delle cose nei modi a loro più congeniali e spesso più estremi come è lecito aspettarsi da quell'età.
A noi il compito di invertire la rotta fin dalla scuola, dalle palestre e dai campetti: piuttosto che il culto della vittoria, del raggiungimento di un obiettivo a tutti costi, sopra ogni cosa, con qualsiasi mezzo, che passi un messaggio diverso improntato più sul rispetto, sulla legalità, sull'impegno, il sacrificio, la costanza e una forte e salda cultura della sconfitta che diventi la base di ogni sistema educativo e sociale.

SPORT
...Si può anche perdere!!!
13 agosto 2008


Nella vita, come nello sport, non sempre ci sono le vittorie, ci sono momenti in cui si sorride, momenti in cui si piange, attimi di estasi intervallati da dure e profonde delusioni che ci buttano a terra nello sconforto più totale: sono le fasi delle vita, si può solo sognare di non viverle, mentre ci si può impegnare affinchè, quando arrivano, ci facciamo trovare pronti per reagire e ricominciare.

Questa è la vita e lo sport, forse, ne è la dimostrazione più chiara e limpida, al contempo sublime e crudele.
Sembra però che questa sia una logica che il potere mediatico, la comunicazione e la cultura dominante facciano fatica a comprendere.
Parlo di Montano, il forte sciabolatore livornese, già oro ad Atene 2004, che quest'anno non è riuscito ad emulare l'impresa perdendo l'incontro degli ottavi di finale del suo torneo: parlo di lui perchè la scherma è lo sport che pratico e al quale sono più vicino, ma potrei parlare di tanti altri che allo stesso modo vivono stagioni altalenanti della loro carriera di campioni, e che, portati alle stelle, vengono repentinamente infangati non appena qualcosa gira in maniera differente.
Mi diverto ad ascoltare e leggere i diversi commenti che si susseguono dopo determinate sconfitte, perchè sembra quasi che la gente non aspettasse altro per lanciare i propri anatemi e giudizi più o meno affrettati.
Si dice poi che è il prezzo che deve pagare chi, grazie alla Tv, è arrivato alle stelle, quasi che le stelle, quel campione, non le abbia già tocccate conquistando una bella medaglia...No il successo si misura attraverso le comparse, attraverso i sondaggi, attraverso le foto sui giornali, poco importa poi se dietro al personaggio c'è sempre un uomo, o una donna, che lavora, si impegna, mette in gioco tutta la propria vita per raggiungere un sogno ed un obiettivo.
L'importante è avere il personaggio, fare in modo che faccia vendere e attragga l'attenzione dei più, per poi distruggerlo quando ne è pronto un altro da lanciare nella giostra della celebrità e spremere fin quando è utile e può tornare comodo.
Nessuno sa, per esempio, che Aldo Montano nel quadriennio successivo la sua vittoria ad Atene abbia vinto un campionato Europeo, un'edizione dei Giochi del Meditterraneo, è il vice-campione del mondo in carica, è arrivato come numero 3 al mondo a questi Giochi Olimpici: nessuno lo sa, perchè in fondo ai media è interessato raccontare delle sue storie d'amore, delle sue apparizioni, delle sue vacanze e la gente ha saputo solo questo, dando così affrettate conclusioni ai motivi dell'odierna sconfitta.
E' vero che molti controbbattono che è lui ad aver scelto tutto ciò, ma io rispondo: il problema è solo l'apparizione in Tv, oppure che il giornalista preferisce interessarsi di altri aspetti e quindi che la gente attenda solo quelle notizie?
A me, personalmente, interesserebbe di più sapere dal Montano di turno cosa voglia dire per lui allenarsi, quali sono i suoi ritmi, quali, per esempio, le sue paure, i suoi timori, le sue attese per ogni gara e non solo quella che, nell'immaginario comune, sembra essere l'unica che fa ogni 4 anni.
Sarebbe bello che raccontasse il perchè della sua scelta di essere andato fino in Russia per preparare queste olimpiadi alla ricerca del maestro con il quale è cresciuto fino all'età di 20 anni; raccontare gli aneddoti di quell'esperienza, il suo legame con il maestro, la sua voglia irrefrenabile di "morire" su di una pedana pur di essere più forte, più bravo, il migliore.
Sa qualcuno, per esempio, che per lui l'allenamento deve essere interrotto, altrimenti non si fermerebbe mai? Si sa in giro che tanti dei suoi infortuni sono dovuti ad un eccesso di allenamento che lo porta a non sentire il limite fisiologico oltre il quale il fisico va sotto stress?
Ricordo un giorno, alla fine di un allenamento, stremati da una seduta piuttosto pesante, essere avvicinato proprio da lui...Il mio unico errore, quel giorno, era stato non essere uscito con fretta dalla palestra, perchè unico rimasto mi chiese:"Ti va di fare un altro match?"
Volevo morire, ma non potevo e non volevo dire no. Facemmo quel match. Importante per lui, ma anche per me, perchè, alla fine, è sempre il particolare a fare la differenza e lui, in ogni cosa, punta e ha sempre puntato a questo.

Purtroppo però, queste sono cose che non interessano e che agli occhi di molti non fanno notizia, mentre, per me, non la fanno perchè non si vuole che la faccia, perchè richiede più tempo, maggiori informazioni e migliore preparazione sui dettagli di uno sport che conoscono in pochi, come succede per tante altre discipline.
Manca la cultura della sconfitta, cosa che invece lo sport insegna e trasmette a chiunque lo pratichi, anche a chi è più abituato di altri a riportare vittorie (vedi Vezzali): manca perchè è meglio eliminare la sconfitta dall'immaginario collettivo, è meglio dare spazio al mondo ideale nel quale tutto è facile, tutto si raggiunge in poco tempo e non c'è spazio per la fatica e il dolore che obbligano a fermarsi, a essere, lì si, veramente dei campioni, capaci di rialzarsi e ricominciare.
La vita, però, non è quella che ci viene presentata e, forse, uno sport raccontato a metà è uno sport privato della sua componente più importante e più umana.
CULTURA
Diritto di perdere:riflessioni dopo due partite della Nazionale
14 giugno 2008

Ho ancora davanti agli occhi, come credo la maggioranza degli italiani, gli ultimi concitati minuti della partita di ieri sera tra Italia e Romania: attimi convulsi stretti tra il desiderio, la certezza, la speranza di un goal liberatorio che ci avrebbe proiettati al match con la Francia carichi di qualche sicurezza in più, e la paura di naufragare con largo anticipo sotto il letale colpo dagli undici metri decretato con molta generosità dall'arbitro.
Alla fine sappiamo tutti come sono andati i fatti: Buffon ha regalato all'Italia tifosa qualche briciolo di speranza in più, all'Italia chiacchierona qualche discussione in più da intavolare, e a tutti quanti la netta sensazione di essere sempre un popolo dalle mille risorse, ma capace di soffrire sempre fino all'ultimo istante disponibile...Siamo fatti così, è un dato di fatto riscontrabile in ogni situazione, e possiamo solo accettarlo e cercare di costruirci sopra il maggior numero di successi e soddisfazioni.
A parte la cronaca spicciola c'è una cosa che più di altre mi è rimasta impressa: finita la parita con l'Olanda subito processi all'allenatore, ai giocatori, allo spirito di squadra inesistente, tanto è vero Petrucci, presidente del CONI, intervenendo sull'argomento, ha tenuto a precisare come in Italia, purtroppo, è completamente assente il diritto a perdere;in pratica sembrava già tutto finito, tranne che, dopo il pareggio con la Romania, dimenticate le critiche, tutta la discussione è passata sulla possibilità o meno del "biscotto" olandese, sulla sportività di Van Basten, e sulla certezza di un'Italia ritrovata, nuova, diversa, a soli 4 giorni dal precedente incontro.
Quello che mi chiedo, tornando alle parole di Petrucci, è se in Italia manchi veramente il diritto a perdere, o, semmai, sia qualcosa di altro, molto più serio e preoccupante, a mancare, cioè il "saper perdere", saper accettare la sconfitta, senza lasciarsi intrappolare dalle migliaia di disquisizioni che giornalmente ci colpiscono, e non solo in ambito sportivo.
Saper perdere vuol dire saper accettare la bravura dell'avversario, riconoscerla, rispettarlo per il suo ruolo di avversario che si confronta con noi su di un campo comune, essere in grado di mettere in evidenza i propri limiti, le proprie mancanze, i propri errori; questo, alimenterebbe un processo virtuoso molto più ampio che spazierebbe dalla capacità di programmare, di prepararsi, di impegnarsi a fondo per qualcosa, consapevoli che i risultati non sempre arrivano quando ce li aspettiamo, semplicemente perchè...Questa è la vita.
Per noi in Italia sembra non essere così e proprio per questo preferiamo dare la colpa ai brogli quando perdiamo le elezioni, preferiamo cercare allo sfinimento il responsabile di una sconfitta, anche quando esso è identificabile solo nella bravura dell'avversario, pensiamo alla mafia e alla corruzione quando qualcuno raggiunge determinate posizioni, ce la prendiamo con un arbitro per una sconfitta, o con l'allenatore che ci ha preparati poco e male: è così sulla scena politica, civile, nei campi di calcio, nelle diverse categorie, in tanti sport che settimanalmente presentano ai pochi spettatori presenti scene assurde conseguenti una sconfitta...E' o non è così?
Al presidente del CONI, visto il suo importante intervento, mi verrebbe da chiedere: sicuro che manchi solo il diritto a perdere? E comunque, se questo fosse vero, come è plausibile che lo sia, non sarebbe il caso di capirne i motivi?La fonte, per me, è proprio l'assenza di una cultura della sconfitta, l'incapacità di perdere, cronica nel nostro Paese: e lei, signor presidente, proprio in qualità di responsabile dell'istituzione sportiva per eccellenza in Italia, non trova che proprio lo sport debba essere uno strumento per divulgare una "cultura nuova" in tal senso? Non crede che una tale assenza sia proprio da imputare a mancanze gravissime nei programmi sportivi-educativi presenti in Italia?
Io credo che proprio da questo sarebbe il caso di partire uno sport che sappia formare la persona nella sua globalità, come uomo e cittadino in primis, e poi perchè no, anche come sportivo, vincente e famoso, perchè in fondo stiamo tutti aspettando il miracolo martedì prossimo, passione che non deve mai essere assopita, ma piuttosto, alimentata da valori forti e concreti che le siano da supporto per formare ogni individuo in maniera completa e civile.

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